Pre-order e primo capitolo de “Uomini del Re” di Elizabeth Kingston

DATA DI PUBBLICAZIONE: 29 giugno 2018

TITOLO: Uomini del Re

TITOLO ORIGINALE: The King’s Man

SERIE: Welsh Blades #1

AUTORE: Elizabeth Kingston

TRADUZIONE: Sara Linda Benatti

GENERE: Storico medioevale, passion

LUNGHEZZA: 340 PG

FORMATO: Epub, Mobi, Pdf

TRAMA:  La fama di Ranulf Ombrier per la sua abilità con la spada è pari solo alla sua notorietà come assassino prediletto di re Edward I. Le sue azioni gli hanno fatto guadagnare terre, un titolo e una pessima reputazione. Ma inizia a temere per la sua anima e segue la sua coscienza fino alle terre selvagge del Galles.

Gwenllian di Ruardean, da fanciulla, è stata maritata per procura, solo per ritrovarsi vedova prima ancora di incontrare il suo sposo. Ha evitato di fare la vita di una dama, studiando invece le arti della guerra, del combattimento e della guarigione, arte quest’ultima che usa per curare le ferite di Ranulf. Salvare la vita del suo nemico, però, ha delle conseguenze e, ben presto, Gwenllian e Ranulf si ritrovano coinvolti in pericolosi intrighi, scoprendo anche un sorprendente e intenso desiderio reciproco.

Ma nemmeno l’amore conquistato a fatica può prosperare, quando la lealtà è divisa e venti di ribellione spazzano la terra.

 

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Capitolo 1

 

Galles, 1280

 

Sulle prime, quando si svegliò, pensò che doveva stare arrostendo fra le fiamme dell’Inferno. In seguito avrebbe saputo che stava bruciando per una febbre furiosa, e lei gli avrebbe detto che era stato il delirio a causare quelle visioni insensate. Quelle erano spiegazioni pratiche ben poco romantiche, ed erano abbastanza vere. Ma le verità terrene non sarebbero mai state reali quanto il fuoco dell’Inferno, e gli angeli, e il momento in cui aveva messo nelle mani di lei i laceri resti della sua anima.
No, ci sarebbe per sempre stato il ricordo del suo risveglio dalle fiamme dei dannati, sentendo quel dolore affilato nel petto e lungo il braccio; e il capo era un’agonia di sofferenza. Il dolore gli fece desiderare la morte, e quel desiderio gli fece comprendere che era ancora vivo. Non era morto e l’amara delusione gli afferrò il cuore finché non pensò che avrebbe davvero potuto piangere.
Ma poi inspirò. L’odore non era quello della carne che marcisce sul campo di battaglia, ma piuttosto quello familiare della putrefazione di una ferita, preludio a una lunga sofferenza. Quando la morte fosse giunta lo avrebbe fatto lentamente, e non era certo che l’avrebbe incontrata a occhi aperti. Ma sarebbe giunta.
Fu allora che levò una preghiera, una semplice richiesta, sapendo che ben difficilmente gli sarebbe stata concessa. Ma pensò che forse non era poi troppo chiedere che l’angelo della morte gli andasse incontro con un boccale di birra, forte abbastanza da ridurre al silenzio quel dannato martellare che aveva in testa. E mentre c’era, ritenne opportuno aggiungere la richiesta per un albero di limoni. Perché no? Dio era Dio, dopotutto, e i frutti avrebbero migliorato l’odore del suo letto di morte. Immaginò le radici che affondavano nel terreno accanto a lui e globi gialli sopra la sua testa, mentre esalava il suo ultimo respiro. Un bel quadro.
Non c’era dubbio che l’Onnipotente fosse in grado di fare una cosa del genere, sempre che Lui volesse prendersi il disturbo. Sarebbe stato spingersi troppo oltre chiedere che l’angelo della morte non conoscesse il suo nome? Che arrivasse presto, e che passasse un po’ di tempo in chiacchiere e convenevoli sotto il suo albero di limoni, prima di consegnare il prigioniero all’Inferno? Di certo lui meritava almeno quello. Gli piaceva pensarlo.
Qualcosa gli veniva premuto con insistenza contro le labbra. Lo ignorò, finché dentro di lui non cominciò a nascere un sospetto. Forse era il suo boccale di birra. Forse era l’angelo della morte che lui aveva chiesto.
Riuscì a gracchiare qualche parola, chiedendo di Dio, della liberazione e degli angeli. Non ci fu risposta, ma il boccale era riuscito ad aprirsi la strada fra le sue labbra. Lo rifiutò, stringendo le labbra attorno all’orlo, impedendo al liquido di entrargli in bocca. La tensione non fece che aumentare il dolore al capo. Vagamente, attraverso la sofferenza, credette di aver sentito il suo nome.
Sir Ranulf, sentì, e fu allora che forzò lentamente gli occhi ad aprirsi. La luce era bassa e fumosa, ma il fuocherello illuminava un viso sopra il suo. Lottò per mettere a fuoco lo sguardo, per vedere chiaramente l’emissario di Dio. Doveva essere stata inviata da Dio, quella faccia, quella donna, chiamata lì dalle sue empie preghiere. Anche se gli sfuggiva perché un angelo avrebbe dovuto coprirsi il capo con un velo come una donna ordinaria. Aveva pensato che un angelo avrebbe avuto una terribile bellezza, ma i lineamenti di lei erano abbastanza comuni: un mento squadrato e tozzo, e un naso sottile e aquilino. Le sopracciglia scure erano dritte sopra gli occhi socchiusi, e la bocca eccessivamente ampia. Non bella come nei dipinti, ma dura. Non ardente di giustizia ultraterrena.
Non poteva essere l’angelo che lui aveva chiesto. Aveva pronunciato il suo nome, il che andava contro il suo espresso desiderio. Gli pareva che lo avesse pronunciato. Gli stava premendo di nuovo il boccale contro le labbra, ma lui fece resistenza e si costrinse a guardarla, sopportando il dolore della luce che gli andava negli occhi, per vedere quale genere di creatura gli stesse reggendo la testa: morte, oppure vita? Sul suo viso non c’era alcuna indicazione di cosa lei fosse. La morte di sicuro non avrebbe avuto un aspetto così paziente e quasi gentile, né una bocca così carnosa e piena come una melagrana. Una bocca terrena e umana. Fatta per cose terrene e umane.
Come se lei conoscesse la china lussuriosa che i suoi pensieri avevano preso, le ciglia pesanti si sollevarono a rivelare occhi di un sorprendente grigio chiaro, e che fosse mortale o no non ebbe più importanza. Qualunque cosa fosse era qualcosa di santo, qualcosa inviato a cercare i lacerti di anima rimasti dentro di lui. Lo seppe con un singolo sguardo, e rendersene conto lo bruciò come se avesse carboni ardenti sulla sua pelle. Gli occhi di lei gli guardavano dentro, la sua mano reggeva il boccale, e lui non osò disobbedire.
Bevve quel sorso amaro, senza mai distogliere lo sguardo dai suoi occhi. E con quell’atto seppe di essersi legato a lei senza che tra loro fosse stata pronunciata una sola parola. Terminò di bere, e avrebbe inghiottito ancora se lei glielo avesse comandato. Lei gli appoggiò di nuovo giù la testa in silenzio e allontanò la coppa, sempre senza distogliere gli occhi dai suoi. Non c’era alcun giudizio in quelle iridi. Il loro grigiore pareva estendersi all’infinito, un ampio specchio che conteneva la sua intera vita distesa davanti a lui, come un paesaggio in cui avrebbe potuto camminare.
Sogni febbrili. Era soltanto la febbre, e lui pregò che lo portasse via, in qualche posto dove lei non avrebbe potuto guardarlo di nuovo.
Limoni, melograni e morte; gli venne voglia di ridere mentre le sue palpebre si chiudevano. Preghiere, angeli e paura di un Dio assente. Meglio sbrigarsi a morire, prima che quell’improvviso attacco di religiosità facesse di lui un monaco. Quasi riuscì a ridere al pensiero di quel che avrebbe detto l’Inghilterra tutta, se Ranulf di Morency avesse mai assistito a una messa. È venuto a rubare il calice, ecco che cosa avrebbero detto. A quel pensiero gli angoli della sua bocca si sollevarono in un sorriso, finché i suoi occhi non si aprirono e trovarono di nuovo quelli di lei; quegli occhi, e tutto quello che c’era dentro. Lo guardava, immobile. Lui non riusciva a rammentare di essere mai stato osservato così da vicino, mai in tutta la sua vita.
Se era un angelo non era la liberazione quello che offriva, ma la dura e inflessibile verità di ciò che lui era. Non era una realtà nuova per lui, né qualcosa che avesse nascosto a se stesso. Ma non smaniava all’idea di guardare troppo a lungo la verità sulla sua vita.
Lasciò ricadere le palpebre e chiuse fuori la vista di tutto ciò che si rifletteva in quegli occhi. Si abbandonò alla febbre e chiuse fuori quella cosa a cui si era legato, tentando di non domandarsi quale angelo fosse: salvezza, vendetta, resa dei conti, o tutte quante insieme.
Non c’era modo di dire quanto lui avesse dormito, tra sogni indotti dalla febbre. Immagini si presentavano e cucivano insieme passato e presente. Un momento stava ballonzolando lungo una strada sterrata, trasportato da mani invisibili, mentre fissava gli alberi e il cielo sopra di essi. Nei momenti più lucidi si rendeva conto di essere arrivato a una destinazione sconosciuta, in un letto di qualche tipo. Ma poi i sogni lo prendevano, e il viaggio si trasformava nella sua cavalcata per fare vela verso la Terrasanta. A volte quel posto buio e fumoso, dove le fiamme dell’Inferno lo lambivano, diventava quella camera da letto altrettanto buia. Lui era un vecchio raggomitolato nel sonno, ed era la spada levata sopra l’uomo nel letto, e aspettava – allora e adesso – di morire.
Quando si svegliò, esausto e sudato, scoprì una figura accovacciata nell’ombra. Pensando che fosse il suo angelo, si concesse un certo sollievo. Ma quando lei non si avvicinò, il terrore si accumulò lentamente nel suo ventre. Eccolo, dunque. Era giunto il momento in cui lo avrebbe consegnato nelle mani del Diavolo.
Il panico lo soffocò all’improvviso, domande frenetiche che gli vorticavano nella mente. Non sapeva se avesse ricevuto l’estrema unzione, doveva confessare i suoi peccati… c’era stato un prete? Mentre lo stava ancora pensando, abbandonò l’idea. Il desiderio di assoluzione era un riflesso inutile che non aveva mai disimparato. Sapeva da tempo che la sua anima non poteva essere purificata, che l’Inferno gli avrebbe dato il benvenuto. In effetti, era di sicuro il Diavolo in persona ad aspettare nell’angolo di quella capanna puzzolente. Lui non meritava alcun intermediario da parte dell’Onnipotente. Era stato uno sciocco anche soltanto a pensarci. Perché sprecare tempo con un angelo? Dio era più pratico di così.
Tossì, poi ritrovò la voce. «Sono sempre appartenuto a te,» ammise parlando al diavolo nell’ombra con una risata che suonava a malapena come quella di un vivo. Come aveva già fatto un migliaio di volte, immaginò il proprio cuore racchiuso nel ghiaccio. Ora immaginò che cosa gli avrebbero fatto le fiamme dell’Inferno. «Vieni a prendermi adesso, se almeno tu mi vuoi.»
La figura si mosse, e una lama baluginò nella debole luce del fuoco. Lui strinse gli occhi, osservando l’ombra ergersi in tutta la sua altezza, con il pugnale in mano. Era un diavolo dell’Inferno. Era Aymer, giunto per prenderlo. Dio misericordioso, pregò con fervore, il panico che gli divampava nel petto, anche se posso non esserne degno, anche se ho atteso troppo a lungo, ho tentato, oh, mio Signore. Concedimi questo, che non sia lui a portarmi alla fossa ardente. Chiunque, qualsiasi cosa, ma non lui. Un migliaio di demoni, ma non quello.
Fissò quell’ombra immobile sentendo la paura che gli serpeggiava dentro, attorcigliandosi attorno alle sue ossa. Scrutò nell’ombra e vide il volto di Aymer. Amore e odio, pentimento e furia, tutti aggrovigliati assieme nei suoi visceri a quella vista. «Padre, padre mio, non mio,» sussurrò, quasi senza sapere che cosa avrebbe detto. Poi la luce cambiò, il viso cambiò. Era il suo stesso volto. Più giovane, quando ero giovane, pensò. Non Aymer. Era il suo sé più giovane. In piedi con un pugnale nell’ombra, sopra il letto di un uomo inerme; sì, quello era lui stesso e nessun altro. Una giustizia perfetta.
Ma poi lei fu lì, con il velo bianco che le risplendeva attorno al viso.
Quella vista interruppe immediatamente i suoi pensieri annebbiati dal panico. Quel viso severo fermò il tempo e il dolore e i pensieri di Dio e del Diavolo. C’era soltanto lei, il suo angelo, totalmente mortale mentre gli posava una mano fresca sul capo, gli occhi grigi che lo valutavano alla luce del fuoco. Era una donna. Soltanto una donna, ora. Ma lui era giunto in cerca di giudizio, e lei era lì.
Aveva la bocca secca, le labbra screpolate, ma ritrovò di nuovo la voce. «Mia signora. Chi siete?» Lei non rispose, guardando il suo torace nudo, esaminandolo. Le mani lasciarono la sua fronte e presero una coppa posata accanto a lui, sul pavimento. Quella fu una scoperta: giaceva su un pagliericcio, con un fuoco alla sua sinistra. «Chi?» gracchiò, mentre lei portava la coppa alle labbra.
Non rispose mai, tenendo salda la coppa mentre lui beveva. Non era amaro stavolta, ma dolce. Sapeva di mele e miele, un gusto appropriato da avere sulle labbra nell’ora della morte. Sapeva che sarebbe stata la morte, rapida e benvenuta, quando aveva visto che cosa brillava sul pavimento dove lei stava inginocchiata: il pugnale, sottile e acuto, con bordi affilati e punta crudele.
Lei posò la coppa e sollevò il pugnale, usando la punta per sondare delicatamente la benda sul suo torace. Mentre lo sfinimento gli sommergeva la mente, raccolse le ultime forze e sollevò le mani verso quelle di lei.
Non vi fu alcuna sorpresa, nessuna emozione in quegli occhi che incontravano i suoi. Lui sollevò le proprie mani e il coltello sul proprio petto. Lo tenne lì, sopra il cuore, guardando con fermezza in quegli occhi chiari per un lungo momento, prima di lasciare che le sue dita ricadessero lontane da quelle di lei. Lei mantenne la lama dov’era, comprendendo con chiarezza le sue intenzioni.
«Misericordia.»
Non disse altro, pensando che quella fosse una buona parola per mettere fine a questo mondo. Era troppo stanco per dire qualsiasi altra cosa. Gli ci volle tutta la forza che gli era rimasta per reggere quello sguardo per un tempo infinito, finché alla fine qualcosa nel volto di lei cambiò, un’increspatura in quella pozza immota. In un batter d’occhi non fu più così mortale, dopotutto. Divenne un angelo tentato di emettere un giudizio, le dita strette attorno al coltello sopra il suo torace.
Attese il colpo, guardando quel viso improvvisamente cambiato, la strana luce in quegli occhi che rendeva il momento ancora più reale. Bastò un attimo perché la sua pazienza si infrangesse. Fallo adesso, pregò. Ora, prima che la forza lo abbandonasse.
Ma lei non lo fece. Sbatté le palpebre, ciglia nere che si abbassavano, nascondendo la luce feroce di quegli occhi. Il suo viso divenne ancora una volta uno stagno placido, mentre quella mano iniziava ad allontanarsi dal suo cuore. Lui emise un suono di protesta, sollevando il capo, desiderando che facesse ciò che era stata tentata di fare. Mentre lei si allontanava avrebbe voluto chiederle di dire qualcosa, qualsiasi cosa. Le sue labbra non si mossero per dare forma alle parole. Che fosse un agente del Paradiso o dell’Inferno, o semplicemente una donna mortale, aveva colto in lei un barlume di se stesso, nel momento in cui quegli occhi avevano mostrato la brama di uccidere.
Non parlò, temendo che la spiegazione che desiderava avrebbe tagliato in due la sua anima e lasciato libero il demone della scelta che condividevano. Vita o morte. Lei le teneva in mano con la stessa fermezza con cui un tempo le aveva tenute lui. Ma lei aveva messo da parte il pugnale, lasciandolo a vivere un altro giorno.
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